martedì 5 agosto 2014

Alpi Giulie sconosciute : il rio del Vento



Alpi Giulie sconosciute: il Rio del Vento
di LORENZO MARINI

Poiché esplorare significa inoltrarsi in terreno ignoto per conoscerlo e descriverlo, si potrebbe dire che la rivelazione alpinistica delle Giulie si è conclusa il 12 ottobre 1927 con la salita di Dougan e Pezzana al Jôf di Miezdì. Bisogna tuttavia ricordare che queste nostre amate montagne non sono fatte solo di cime, ma anche delle forre torrentizie che incidono i loro fianchi. Gli alpinisti si sono limitati a risalire quelle gole che portavano a strategici intagli, ma in tante altre nessuno ha avuto motivo di avventurarsi e quando i valligiani lo hanno fatto per cacciare il camoscio, sono significativi i nomi dati a questi luoghi inquietanti e minacciosi: sfonderât, infiâr. Nemmeno le più recenti foto aeree hanno rivelato quante cascate ci sono nell’inaccesso tratto mediano del Rio Montasio. Mi son fermato spesso davanti alla tetra fenditura con la quale il Rio del Vento sfocia quasi sulla strada della Val Raccolana e il gelido soffio che ne esce mi pareva quasi un invito a coglierne il segreto. Memore dell’aristotelico mònito (potentia est in junioribus, prudentia autem in senioribus) ne ho parlato a mio figlio e leggendo ciò che ha scritto è come se avessi preso parte anch’io all’impresa, meno difficile del previsto ma ugualmente esaltante per le sensazioni che si provano visitando terre incognite.
D.M.

Il Riu dal Vint dei locali è una gola che solca per tutto il suo sviluppo il versante orografico sinistro della Val Raccolana, dall’omonimo torrente al crinale di spartiacque con la Val Resia, per un dislivello di 900 m. Il nome deriva dal fatto che dallo sbocco della forra si sprigiona un forte e costante vento catabatico dovuto alla conformazione a canyon della profonda forra, la quale si presenta nella parte terminale, visibile dalla strada, angusta e verticale, in modo che i raggi solari vi penetrano brevemente e per pochi mesi all’anno. La portata del rio che vi scorre è piuttosto scarsa e, da nostre ripetute osservazioni, non subsce sensibili variazioni in relazione alle precipitazioni atmosferiche; abbiamo anche notato che in occasione di piogge intense il flusso idrico non aumenta mai al punto da divenire pericoloso, come succede generalmente nei torrenti montani. Ciò dipende dal fatto che il Rio del Vento non ha un vero e proprio bacino imbrifero, in quanto non è stato formato dall’azione escavativa delle acque meteoriche ma verosimilmente da un anomalìa tettonica, ovvero da una linea di faglia, ipotesi questa avvalorata dal suo andamento perfettamente rettilineo.
Alcuni anni fa prendemmo in considerazione la possibilità di una discesa della gola, ma il progetto tardava a concretarsi per la convinzione che qualcuno l’avesse già fatta ed avesse omesso, per trascuratezza o per altri motivi, di darne notizia. Il dubbio di esser stati preceduti privava l’impresa della componente più stimolante: passare dove altri sono già passati è un po’ come avanzare sulla neve segnata già da impronte, perdendo così il gusto di farlo.
Avuta conferma dai valligiani che saremmo stati i primi, in autunno partiamo da Stolvizza con il materiale necessario per scendere i primi 200 m del Rio, avendo deciso di attrezzare tutto con corde fisse, una tecnica più impegnativa e faticosa rispetto a quella delle doppie, che garantisce però maggior sicurezza di progressione e di ritorno. L’accesso al Rio del Vento si trova a pochi metri dal Sentiero CAI 632 che porta al Bivacco Crasso ed appena usciti da una faggeta lo si vede sprofondare con una china detritica che subito s’incassa tra pareti ver- ticali. Scendiamo tenendoci alti sulla sinistra per evitare il fondo ghiaioso della gola, incontrando molte difficoltà per piazzare i fissaggi a causa della cattiva qualità della roccia alquanto marcia e alla fine del traverso ci caliamo in verticale per 35 m nel cuore del canale. Il primo impatto è deludente: siamo in una gola molto stretta e ripida, occupata da un in- sidioso ghiaione di pietrame mobile che ci costringe a procedere attrezzando fino ad un punto più sicuro. La prima corda da 150 m è finita, ma ora è possibile avanzare più speditamente grazie alla minor pendenza, mentre via via che si scende il canyon diventa più ampio e meno oppri- mente. Superati in arrampicata alcuni saltini ecco comparire la prima acqua, che filtrando dai sassi forma subito un vivace torrentello e pozze intervallate da scivoli che bisogna armare fino all’orlo di una cascata di una certa importanza. Sono stati superati circa 350 m, la corda è esaurita e si tornerà la prossima settimana, decisi a completare la discesa. La cascata dove ci siamo fermati è alta 35 m e da qui inizia la parte più semplice e monotona, con le pareti distanti circa 40 m e il fondo occupato da massi di ogni dimensione, tra i quali l’acqua si è infiltrata verso livelli più bassi. A 650 m dall’inizio la gola cambia nuovamente morfologia, si fa più stretta ed assume l’aspetto che manterrà fino allo sbocco sulla strada per Sella Nevea. Grandi macigni incastrati tra le pareti verticali formano salti problematici che c’impegnano parecchio e consumano rapidamente la scorta di corde e chiodi, mentre l’acqua, che era sparita 300 m più a monte, è ricomparsa sull’alveo roccioso. Comincia qui la parte più tecnica ed avvincente della discesa, in un succedersi di saltini acquatici, meandri allagati e traversate su placche limose dove non c’è posto per l’arrampicata elegante. Arriviamo così in vista della strada, ma prima bisogna superare il salto più suggestivo di tutta la discesa, spostandosi con una breve traversata dalla linea di caduta dell’acqua; per esso e per i seguenti utilizziamo l’ultima corda da 50 m e, rimasti quasi senza materiale, ci caliamo dalle ultime asperità con una sorta di spago marcio scovato in qualche cantina. L’avventura si conclude con alcuni salti grondanti che ci portano all’uscita del canyon, con l’acqua che, persa la sua energia cinetica, stancamente confluisce nel torrente Raccolana per avviarsi verso l’Adriatico, dal quale tornerà un giorno alla montagna nel suo ciclo senza fine. Noi invece dobbiamo risalire subito per recuperare il materiale messo in opera nelle due uscite, affidando agli ancoraggi la testimonianza che l’uomo ha voluto indagare anche quest’infima ruga del pianeta. Per la verità una traccia l’abbiamo trovata nell’unico punto in cui una facile cengia consente di entrare nella forra da una pendice boscosa non lontana dalla strada: è un vecchio e contorto piolo di ferro confitto in una placca, messo per motivi inspiegabili da boscaioli o cacciatori, oppure risalente alla Grande Guerra, quando si realizzarono nella Raccolana numerosi apprestamenti difensivi.
La discesa del Rio del Vento non ha portato a scoperte interessanti, non ha frapposto eccessive difficoltà o rivelato particolari bellezze; d’altra parte non ci ha impegnati ai limiti delle nostre capacità né ci ha esposti a pericoli mortali. Tuttavia ha suscitato in noi, che per primi ne abbiamo svelato il mistero, quell’ineffabile piacere che si avverte camminando su un lenzuolo candido e virginale di neve appena caduta.




 ( foto ed articolo tratto da Alpinismo Goriziano ANNO XLII - N. 1 - GENNAIO-MARZO 2008 )

sabato 26 luglio 2014

Ciao Marco


Un post senza video , senza foto , di grande rispetto , dolore e riflessione , in memoria di Marco . Ci eravamo sentiti , prima della partenza , per incontrarci e conoscerci personalmente durante la sua trasferta in Friuli Venezia Giulia , purtroppo quei giorni ero all’estero , e non ho avuto il piacere e l’onore di questo incontro . Appena rientrato era appena successo , non ci volevo credere , come chiunque del resto , una lacrima scorre sul mio volto , cerco qualche notizia in rete per capire cosa e’ successo , chiedo un po’ in giro , ma nessuno sa niente o si chiude nel mutismo assoluto , giustamente . Le notizie esplodono sulla cronaca , chi dice annegato prima di una discesa in Kayak , chi che ha perso la presa della corda ed è stato trascinato via dalla corrente sotto la guida di un istruttore , i commenti alla notizia messa giu in questa maniera lascio a voi leggerli , ovviamente creano una forte reazione a chi non cerca un approfondimento e vuol andare oltre alle semplici parole per fare un articolo di cronaca . Si sa solo che è successo in val Zemola praticando il canyoning , uno dei tanti  sport estremi . Poi finalmente una notizia più dettagliata che cita come fonte l’istruttore presente nel gruppo e racconta a grandi linee la dinamica dell’incidente  Un tuffo nella pozza rotante del torrente Zemola per poi guadagnare il passaggio successivo ... a tradirlo sarebbe stato un ritorno di corrente che gli ha impedito di uscire dalla pozza e che ha formato uno di quei "rulli orizzontali" che sono all’origine di situazioni pericolose, perché ti spingono verso il basso e rischi di bere molta acqua “ 
Un passaggio chiave la pozza rotante della val Zemola , sicuramente il più suggestivo e bello dell’intero percorso per la presenza di due archi naturali , l’ultima volta che ci son passato mi son fermato là e sono uscito per una comoda ed agevole via di fuga a pochi metri prima della vasca , ero con dei canyoners di un certo spessore ed abbiamo rinunciato a percorrere quella cinquantina di metri di dislivello che mancavano alla fine del percorso torrentistico , c’era troppa acqua . Il passaggio della pozza è rischioso per il primo che lo affronta , le difficoltà e gli imprevisti sono molteplici , e sono tutti legati alla forza dell’acqua , per cui è da evitare con una portata sostenuta anche se , senza entrare nei dettagli , c’e’ chi sostiene che “ con le opportune tecniche ed un ottima conoscenza della forra si possa affrontare “ , a riguardo son state spese ben quattro pagine di post sul forum dell’Associazione Canyoning Italiana , alcuni veramente ben argomentati . Ora , dopo questa tragedia , dobbiamo prendere una pausa riflessiva , non si torna più indietro , ma si può , e si deve , guardare avanti , in maniera da migliorare se stessi ed il mondo torrentistico in generale , e non rendere inutile e dimenticato questo incidente . Dobbiamo riflettere un po’ tutti , da chi ha il compito di analizzare le cause di un incidente , come hanno fatto per anni i francesi per determinare le tecniche adatte ad evitarlo , magari rivedendo la didattica , la formazione , la preparazione degli istruttori , i  parametri di sicurezza , le tecniche ed i limiti di questa disciplina sportiva ,  a chi va semplicemente per forre per divertirsi . Per tutte quelle persone che ripercorreranno la val Zemola , vorrei che  il ricordo di Marco restasse indelebile , come testimonianza di quel passaggio critico , così , quando si fermeranno a leggere il suo nome , potranno ricordarlo e pensare , per questo abbiamo fatto una targa metallica , per non dimenticare , e a lato ci sarà un fix con placchetta e moschettone per chi vorrà lasciare un cordino , che mosso dal vento e dall'acqua oscillerà come una preghiera tibetana , per non dimenticarti , ciao Marco .

lunedì 14 luglio 2014

Simon 3.0


Ai tempi in cui l'integrale era la classica discesa e l'avvicinamento attuale della parte intermedia solamente una via di fuga , quando non tutte le calate erano attrezzate e spesso gli attacchi erano su chiodi da roccia e nuts abilmente posizionati , la discesa del Simon aveva il sapore dell'esplorazione e pochi praticavano il canyoning . Oggi a questa meravigliosa forra spetta il primato per gli interventi del soccorso alpino , ed , ancora peggio , per i i morti , questo per un semplice motivo , non per la sua difficoltà , ma per il fatto che su qualsiasi guida o sito internet compaia la sua accurata descrizione , rendendola fruibile a chiunque voglia cimentarsi nella sua discesa . Solamente negli ultimi anni più di uno son stati gli atterraggi dell'elicottero nel suo alveo , documentato addirittura da un videoclip , senza contare quegli incidenti in cui l'infortunato è uscito da solo , con l'aiuto dei compagni , senza ricorrere al soccorso alpino . Spesso , per la sua bellezza e maestosità viene usato per portare i neofiti che restano positivamente impressionati  , trovandosi a progredire in un ambiente non proprio banale e da non sottovalutare . Il Simon è un percorso veramente ben attrezzato , tutte le calate sono garantite fuori dal flusso , e , volendo , ci son gli anelli per le teleferiche ; a chi , invece , ama la progressione sportiva , offre la possibilità di tuffare nella maggior parte delle calate , lasciando perdere le due più alte , la C20 ( del masso incastrato ) , e la C28 ( il salto nel buio ) , anche se in realtà qualcuno  salta anche da queste , tristemente noto il tuffo della C28 che ha costretto il canyoneer sulla sedia a rotelle . La stagionalità , però , incide stocasticamente sulla portata , modellando la profondità delle pozze da un giorno all'altro , il profilo dell'alveo segue uno schema morfologico descritto  per la prima volta dal Gortani in un trattato che divide il corso di un fiume in sei tratti ben distinti , che chiama A-B-C-D-E-F  dove si creano delle morfologie diverse a causa dell'erosione e della sedimentazione , risultato della diversa portata  e della pendenza dell'alveo . I confini tra i diversi tratti possono essere individuati laddove c'è una cascata , per il resto , escludendo uno studio geologico ad hoc , la cosa migliore è essere consci di questa mutevolezza ed ispezionare sempre la vasca di ricezione . Grossolanamente possono essere individuate tre zone diverse partendo dall'ingresso intermedio : una , dove pur essendoci un apporto clastico ,  le pozze sono spesso abbastanza profonde , la seconda dove si inghiaiano velocemente e si distinguono per la spiaggia di ciottoli intorno al laghetto  , e la zona terminale soggetta a continue frane dai versanti sovrastanti che modellano di anno in anno il percorso del rio creando a volta profondi laghi o interrando pozze che son sempre state tuffabili . Un'informazione modesta e pressapochista , questa , ma dovuta , per un insieme di fattori che andranno ad incidere in un futuro anteriore , sulla frequentazione del Simon . Tre fattori concorrono a creare una novità che potrebbe portare ad una diversa frequentazione di questa e  di altre forre delle Alpi Giulie : una nascita in quest' ultimo biennio di numerosi nuovi gruppetti indigeni che hanno scoperto il piacere delll'andar per forre , l'aria umida di un temporale in arrivo che scaricherà denari  per una valorizzazione turistica dell'area incentrata sugli sport di nicchia e , per ultima la nuova legislazione in Slovenia sul canyoning commerciale . Anche quest'anno ho percorso il Simon in settimana ed ho incontrato i canyoneers commerciali di Bovec che stavano prendendo confidenza con le forre giuliane , purtroppo una nuova legislazione , senza entrare nei dettagli , ha creato problemi a molte aziende d'oltre confine per l'accompagnamento commerciale in forra , e quindi , una delle soluzioni possibili è quella di spostarsi in Italia dove le leggi sono diverse , il primo avviso di ciò si vede nella comparsa di nuovi punti di ancoraggio in altre forre , che si affiancano a quelli in uso , per garantire ai clienti una discesa emozionante sotto il flusso dell'acqua , e speriamo non siano usati erroneamente da qualche neofita con portate importanti . Sicuramente per questo motivo , quest'anno , le frequentazioni saranno maggiori , poi contribuiranno i nuovi locals appena sfornati che devono ancora percorrere la maggior parte degli itinerari del loro territorio . Inoltre all'orizzonte aleggia un cielo plumbeo carico di contributi che elettrizza l'aria e gli animi un po' di tutti  , tanto che gli ameni paesi del fondovalle ora si chiamano "città del canyoning" o "città del ciclismo" , tutti parlano di canyoning ormai , sconosciuto o dimenticato fino a ieri , dagli amministratori ai taglia legna , e molti altri portano il loro contributo  ,  come ad esempio l'associazione nazionale canyoning che ha patrocinato il recente raduno regionale , o chi , improvvisamente , apre siti informativi privi ancora di contenuti . Ambiziosi progetti sono pronti ,  le notizie corrono veloci dalle vallate al web , tutti guardano il cielo ed aspettano la pioggia per irrigare i campi , speriamo che i semi piantati siano quelli giusti e crescano vigorosi e nel terreno adatto , e non sia solo l'ennesima speculazione che dia come frutto un altro Volo di Icaro .



lunedì 7 luglio 2014

Anteprima ufficiale di JUMP



Dopo il primo prototipo usato quest'anno da Canyoning Alpi Giulie arrivano le prime immagini ufficiali in anteprima di JUMP dal sito della Landjoff nello spazio news per i nuovi articoli tra poco disponibili . Lo zaino nasce dalla collaborazione tra la Landjoff e lo scrivente  (Dirtsee) ed ha come principale caratteristica la possibilità di esser indossato mentre si tuffa , si contraddistingue per alcune particolarità tecniche che ne agevolano questo tipo di uso , oltre all'uso normale di uno zaino da canyoning . http://landjoff.com/news/7/p-strong-coming-soon-img-alt-src-userfiles-editor-image-pvc-cov-jpg-style-width-100px-height-75px-strong-p.html.
( foto tratte dal catalogo LANDJOFF )

lunedì 30 giugno 2014

Mazerin


Molti aspettavano qualcosa di diverso , ora c’è .
 L’imbragatura da canyoning è figlia di quella usata nell’alpinismo , tutti i modelli in commercio rappresentano l’evoluzione di un concetto base , due cosciali separati collegati alla cintura in vita  , ovviamente vestiti da una culotte in pvc per scivolare nei toboga . Mazerin è qualcosa di nuovo nel mondo delle forre , il concetto è semplice , una cintura in vita ed una fetuccia sotto ai glutei collegata da altre due fetucce al punto di chiusura . Novità ,  questa , per noi canyoners , ma concetto gia usato nella migliore imbragatura da speleologia , secondo il mio personale parere , che ho avuto il piacere di usare per anni in chilometri di pozzi tra discese e risalite , sto parlando del Rapide della Petzl , ormai fuori catalogo . Mazerin , infatti , nasce e passa l’adolescenza alle isole Reunion , dove una spiccata verticalità è la costante di quei percorsi , il suo carattere si forma sui lunghi tiri di corda , ed offre al suo ospite un elevato confort per lunghe permanenze appesi alla corda , inoltre la geometria dell’imbragatura offre una maggiore manovrabilità negli spostamenti verticali e sulle soste . La chiusura di Mazerin avviene con un maillon rapide e questo è un enorme vantaggio , anche se nel mondo delle forre il sistema più usato è un altro . Secondo me , il punto di attacco del discensore all’imbracatura è preferibile  di metallo , a parte questa mia opinione personale i vantaggi sono altri , come ad esempio poter infilare direttamente la longe ed il croll al maillon , e questo farà sicuramente piacere a quella corrente di pensiero di quei canyoners che indossano sempre il croll in forra , almeno così lo avranno nella posizione giusta all’occorrenza  . Se è la geometria delle cuciture a regalare la comodità nella progressione su corda , nella progressione orizzontale Mazerin è stabile sui fianchi senza la tendenza a scivolare , nonostante lo indossi abbastanza lasco per avere la posizione di attacco bella alta , che all’occorrenza  si può abbassare rapidamente intervenendo sulle due fibbie di tensionamento anteriori . In caso di una risalita forzata , infatti , è l’unica imbragatura a fornire il corretto posizionamento del croll per una risalita efficace e veloce . Per chi , invece , ha il croll nello zaino , con Mazerin ha la possibilità di montarlo subito e non serve modificare l’ imbragatura originale per farvi passare  , spesso sforzando , una maglia rapida nella fetucce  di attacco . Mi resta da provare ancora il limite di ribaltamento sotto cascata , ma considerando che l’altezza del maillon è la stessa delle altre imbragature , penso non ci siano grosse differenze . Altro particolare di derivazione speleologica è un anello sotto ai “ cosciali “ che serve per scaricare il peso di un sacco direttamente sul discensore , molto utile in fase di attrezzamento o in esplorazione , quando i sacchi sono più pesanti che nella progressione ludica , due comodi portamateriali rivoltati sui fianchi facilitano l’aggancio dei moschettoni , la cuotte in pvc è robusta e molto leggera , garantendo un’ottima mobilità in fase di tuffo o arrampicata , caratteristiche importanti  per un approccio sportivo . Le dettagli tecnici li trovate all'indirizzo http://www.aventureverticale.com/en/canyoning/sit-harness-avca04.html
( foto tratta dal catalogo AVENTURE VERTICALE  )


martedì 17 giugno 2014

Water grille 55L comfort pro




Esistono tanti tipi di zaini , più o meno specifici , ma la scelta si riduce man mano che aumentano i litri , quando il gioco si fa pesante in pochi cominciano a giocare . Nel canyoning si cerca di dividere i pesi tra i componenti del team , ma a volte, nel canyoning sportivo come lo intendiamo oggi ,  tutti i pesi gravano su di un unico paio di spalle e qui trova un facile terreno di gioco il top di gamma di Aventure Verticale .  Water Grille 55 è uno zaino che da subito una sensazione di buona portabilità , i materiali e la fattura infondono una sensazione di robustezza ed una volta indossato fa quello che deve fare in maniera ineccepibile , portar peso . Gli spallacci sono ben imbottiti , le geometrie dello stampo studiate attentamente per scaricare correttamente il peso sulla schiena ed una cintura in vita ne garantisce l’equilibrio . Al suo interno trova comodamente posto il materiale personale con un bidone stagno adatto anche per ospitare un trapano ed un paio di corde da 60 metri , la chiusura avviene con una pattella che racchiude un tascone con velcro per ospitare quegli oggetti che non devono essere sballottati insieme al resto , come ad esempio una Gopro . Una volta finito l’avvicinamento il cinturone si leva facilmente e può essere riposto nella tasca della patella per non dar fastidio all’interno , il bidone stagno trova posto su fondo dello zaino dove sono cucite delle cinghie per fissarlo saldamente in maniera che non navighi in giro dando fastidio alle corde ed il resto dell’attrezzatura puo’ esser ancorata ad un anello interno realizzato con un tubicino di plastica passato nel cordino chiudisacco , le corde , così , non hanno ostacoli di sorta nella loro gestione in entrata ed uscita dallo zaino . Una volta entrati in acqua Water Grille esprime al meglio la sua agilità , caratteristica principale dovuta alla scelta dei materiali , infatti , a differenza di tutti gli altri zaini è fatto interamente di robusta rete a maglie larghe plastificate , a parte lo schienale ed il fondo , provvisto pero’ di ampi buchi per la fuoriuscita dell’acqua , che avviene così rapidamente da non accorgersi nemmeno per un secondo del suo peso aggiuntivo , e questo , secondo me , è il vero punto di forza di Water Grille , lo zaino da cui l’acqua esce immediatamente , anzi , oserei dire che mentre entra è gia uscita . A seconda del peso portato durante la progressione la galleggiabilità viene garantita dal bidone stagno anche di grosse proporzioni , lo spessore della rete garantisce una certa rigidità dell’apertura utile all’atto di infilare la corda e le maniglie di cui è provvisto sono comode e collocate nei punti giusti .Uno zaino per grandi carichi , per grandi verticali , che mi sento di consigliare al canyoner sportivo che cerca un prodotto adatto ad esplorazioni e soitarie , per poter portar tutta l’attrezzatura necessaria in queste particolari progressioni ed in percorsi acquatici dove la rapida fuoriuscita dell’acqua è essenziale . Le caratteristiche tecniche le trovate sul sito http://www.aventureverticale.com/en/canyoning/canyon-bag-avca29.html



martedì 10 giugno 2014

Jump



JUMP , il nuovo zaino per il canyoning sportivo nato dalla collaborazione tra il sottoscritto e Landjoff , lo zaino e' stato progettato per essere indossato mentre si salta nella progressione no rope .

  Altra novita' sempre dalla Landjoff sono i bermuda salvamuta da canyoning .